John Connolly 

LE SORELLE STRANGE

Una novella di Charlie Parker in esclusiva per il web

Traduzione: Stefano Bortolussi

 

Disponibile anche in:

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Nella stanza di un motel nei pressi della Maine Mall, una figura sedeva davanti a un laptop, fissando il fermo-immagine di Raum Buker al Braycott Arms. Per certi versi la pulizia della camera rispecchiava quella dell'alloggio di Buker, anche se rivelava ancora meno tracce di presenza umana a eccezione di quella del suo singolo occupante, e anche se alcuni avrebbero contestato l'uso del termine "umano" in relazione a questi. Il letto era fatto, il bagno usato a malapena, l'armadio a muro era vuoto e tutti i suoi articoli da viaggio erano contenuti in una vetusta borsa di cuoio, di quelle che nel diciannovesimo secolo venivano usate dai medici beoni. Ogni volta che la stanza veniva pulita, cosa che accadeva quotidianamente, il suo occupante portava la borsa con sé, posandola ai suoi piedi mentre mangiava uova in camicia e mele fritte al Cracker Barrel e attendeva che la donna terminasse i mestieri.
    Ogni mattina disfaceva le lenzuola e sgualciva i cuscini sul letto, anche se non vi aveva dormito. Inumidiva gli asciugamani e li gettava nella vasca da bagno per far credere di averli usati. Se mai riposava lo faceva di giorno, e solo per un'ora o due. Come certi mammiferi, era una creatura prevalentemente notturna. Era anche vittima di dolori costanti, e in particolare faticava a mantenere la posizione orizzontale per periodi prolungati. Si curava da solo con medicinali da banco, e quando necessario con narcotici procurati sottobanco.
    Floriana, la donna che puliva la sua stanza, vi avvertiva un odore peculiare ma non sgradevole che le ricordava il suo bisnonno, il bisabuelo Adelardo, il quale aveva vissuto la sua intera esistenza in una grande magione nel quartiere Miguel Aleman di Mérida. Diventando sempre più vecchio e più povero, Adelardo era stato costretto a dare in affitto sempre nuove stanze del palazzo, finché si era ridotto a vivere nella mansarda, affittuario lui stesso in quella che un tempo era stata casa sua. Ciò malgrado, ogni mattina lucidava le sue scarpe, indossava camicia e cravatta, passeggiava per ore in Plaza de la Independencia e concludeva bevendo un bicchierino di Tepeztate all'El Cardinal. Poteva essere quasi ridotto alla miseria, ma non era un buon motivo per abbassare i suoi standard.
    La domenica si metteva il suo profumo speciale, quello di cui versava solo una goccia ogni tanto da una boccetta priva di etichetta, e andava a messa alla cattedrale. L'acqua di colonia, la cui provenienza era rimasta un perenne mistero per i suoi familiari, aveva una base di zibetto e acqua di rose, ed era una versione dello stesso odore che ora Floriana sentiva nella stanza 313. Quell'aroma la portava a provare un istintivo riguardo per il suo occupante, Mr. Kepler; un riguardo che era solo incrementato dai cinque dollari che lui le lasciava ogni mattina, nonostante l'ambiente avesse bisogno di pochissimo tempo per essere rinfrescato e apparisse spesso immacolato come lei lo aveva lasciato il giorno prima, se non ancora più pulito. (Floriana lavorava come donna delle pulizie da tre decenni, e non mancava mai di restare scioccata dalla quantità di modi in cui uomini e donne dall'aria apparentemente ordinaria riuscivano a lordare una camera d'albergo.)
    Non aveva importanza che Mr. Kepler avesse un'aria strana, o che lei non lo avesse mai sentito parlare. Né la turbava il fatto che, visti da vicino, i suoi indumenti fossero più sporchi e logori di quanto apparisse a prima vista, poiché erano cose che avevano contraddistinto anche il suo bisabuelo. Se si incrociavano in corridoio, Mr. Kepler si sollevava il cappello in silenzio e sorrideva, un gesto curiosamente antiquato in un mondo dove gentilezza ed educazione venivano sempre più viste come segni di debolezza, anche se schiudendosi le sue labbra rivelavano denti troppo grossi e striati di giallo. 
    Eppure, malgrado le molte, palesi, innegabili qualità di Mr. Kepler, Floriana faceva ugualmente il possibile per evitare di incontrarlo, e quando accadeva distoglieva gli occhi, poiché ogni volta non poteva evitare l'impulso di ritrarsi. E quando faceva le pulizia nella sua stanza non vi si tratteneva mai più dello stretto necessario. Indossava sempre i guanti di gomma, ma dopo aver finito si lavava comunque le mani col disinfettante.
    Di recente il suo sonno era disturbato. Svolgendo due lavori – quattro sere alla settimana e tutto il sabato riforniva gli scaffali da Shaw's – di solito la stanchezza le assicurava un oblio istantaneo, ma erano ormai quattro notti di fila che non dormiva bene. Distesa al buio, provava l'impulso continuo di andare a controllare le chiusure della porta e delle finestre dell'appartamento in cui abitava con il marito e due figli adulti. Cercava di combatterlo, ma più andava avanti più diventava vigile e inquieta. Alla fine si alzava facendo meno rumore possibile, controllava e tornava a letto, ma due ore dopo si svegliava di nuovo e doveva rifare tutto da capo.
    Quattro notti di insonnia. 
    Quattro mattine trascorse a pulire la stanza di Mr. Kepler.
    E a volte, mentre controllava le chiusure, le sembrava di avvertire un vago aroma di zibetto e acqua di rose, e si chiedeva se fosse l'odore della follia.


23

Davanti al Braycott Arms, Raum Buker si arrestò sui suoi passi nel sentirsi chiamare. Non sembrava sorpreso di vedermi. Forse Bobby Wadlin aveva deciso di pararsi il didietro rivelandogli che avevo chiesto di lui e quant'altro, anche se probabilmente non si era spinto fino ad ammettere di avermi fornito le chiavi della sua stanza. O magari erano state le sorelle Strange ad avvertirlo della mia visita a entrambe. Nel caso a parlare fosse stata una sola delle due, avrei puntato tutto su Ambar. 
    "Cosa vuoi?" chiese Raum.
    "Parlarti."
    Scrutò alle mie spalle come se si aspettasse di veder arrivare i fratelli Fulci in una nuvola di polvere come rinoceronti lanciati al galoppo attraverso il Serengeti. Solo quando si convinse che non c'era nessuno riportò gli occhi su di me. Gran parte dell'impudenza che aveva sfoggiato al Great Lost Bear era svanita, ma non era stata rimpiazzata soltanto dalla paura, benché questa fosse decisamente presente. Mostrava una calma innaturale, il genere di calma che si impossessa di certi individui quando è arrivato il peggio.
    "Perché sei andato a importunare Ambar?" disse.
    Ci avevo visto giusto. Presi mentalmente nota che quella settimana avrei dovuto giocare al lotto.
    "Ti ha detto che l'ho importunata?"
    "Ha detto che sei passato da lei. Nel tuo caso è lo stesso."
    Il che, dovevo ammetterlo, era un'ottima frecciata.
    "Qualcuno è in pensiero per le sorelle Strange," dissi.
    "A causa mia?"
    "A causa tua."
    "Non ce n'è motivo. Non ho mai torto un capello a una donna."
    Non era la prima volta che un uomo mi rivolgeva parole simili, spesso con quello stesso strano tono di orgoglio, quasi di autocompiacimento. Quello che ne ricavavo ogni volta era che avevano pensato di farlo ma alla fine avevano resistito alla tentazione, il che li rendeva dei modelli di umanità.
    "Potrà anche essere vero," ribattei, "ma la tua dose di violenza l'hai inflitta. Quel falegname che hai scorticato con la piallatrice non cammina più molto bene, e ti sei fatto cinque anni di galera nell'East Jersey per aver spedito un uomo sottoterra."
    "Be', tu di cadaveri te ne intendi. Dovresti avere delle quote in un cimitero."
    "Possiamo continuare a pizzicarci a vicenda," dissi, "oppure possiamo avere una conversazione."
    Raum diede un'occhiata al suo orologio.
    "Allora parla," disse. "Per ora posso ascoltarti, se significa non doverlo fare mai più. Però sbrigati."
    "Parlami del pentacolo."
    Non era quello che si aspettava di sentirmi dire.
    "Cosa vuoi sapere."
    "Dove te lo sei fatto fare, e perché?"
    "Ne ho un sacco, di tatuaggi."
    "Non come quello."
    Senza rendersene conto prese a grattarselo attraverso la camicia. Quando se ne accorse si fermò, ma a quel punto la ferita si era riaperta e aveva già chiazzato il cotone.
    "L'avevo visto su un libro," disse. "Mi era sembrato interessante, diverso dal solito. Me ne sono pentito."
    "Ci credo. Di cosa hai paura, Raum?"
    "Non di te e dei tuoi amichetti, questo è certo," scattò, e per un momento il vecchio Raum, Raum l'idiota, rialzò la testa prima di tacere. Ma il nuovo Raum ne era tutt'altro che convinto, e la spavalderia del suo alter ego gli procurò solo imbarazzo.
    "Ascolta," riprese, "non voglio più avere problemi con te o coi Fulci. Quella sera non sarei dovuto venire al Bear, e forse non sarei neanche dovuto tornare a Portland, ma ormai sono qui, e ho un affare da concludere."
    "Che tipo di affare?"
    "Il tipo che non ti riguarda, ma una volta che avrò finito non mi vedrete più. Farò del mio meglio per stare alla larga da Dolors e Ambar. E noi due non abbiamo problemi, a meno che tu non voglia crearne."
    E in quel momento accadde una cosa stranissima. L'unico modo in cui posso spiegarla è che la sua faccia si contorse in un sorriso, ma un sorriso che non era suo; e che appena dietro i suoi occhi balenò una presenza che non aveva alcun diritto di trovarsi lì, come quella di un intruso alla finestra di una casa che ci è familiare. 
    "È questo che vuole, Mr. Parker?" disse, e la sua voce rivelò una contromelodia dissonante, come un canto piano in una chiave irregolare.
    Indicai la sua mano sinistra, da cui il sangue stava cominciando a sgocciolare.
    "Stai sanguinando," dissi. "Dovresti farti vedere."
    E lo lasciai alle sue pene.

 


24

Quella sera passai da Will Quinn per aggiornarlo su quelli che noi del settore investigativo amiamo chiamare "progressi", di solito quando ci facciamo pagare da qualcuno senza averne fatti. Non gli nascosi molto, poiché non c'era molto da nascondere e l'unico con cui avessi preso un impegno era lui. Il solo dettaglio che tenni per me, quanto meno per il momento, fu lo strano cambiamento di voce ed espressione che Raum Buker aveva tradito alla fine della nostra conversazione. Non volevo che Will pensasse che mi allarmavo senza motivo, anche se avrei potuto spiegargli per filo e per segno le ottime ragioni che avevo avuto per farlo in passato.
    "Credi che quel segno sullo specchio fosse un avvertimento?" domandò.
    Eravamo seduti nella sua cucina. Era stato lui stesso a realizzare tutti gli interventi di falegnameria ed ebanisteria, e la casa era un inno al legno a vista. Will era un ottimo artigiano, ma qualche tappeto e un po' più di colore non sarebbero stati una pessima idea per ravvivare l'ambiente. Era come essere all'interno di una bara, ma senza l'imbottitura. 
    "Più che altro penso che qualcuno volesse fargli sapere di avergli setacciato la stanza," risposi.
    "Ma per quale motivo?"
    "Per dargli una scossa. O non aveva trovato quello che cercava, e ha pensato che spaventandolo avrebbe potuto spingerlo a rivelare dove si trovava, oppure l'ha fatto per rammentargli un obbligo. Teatrale, lo ammetto, ma efficace. Quando ci siamo lasciati Raum non sembrava affatto contento, e non a causa mia."
    "Non l'hai seguito per vedere dove andava?"
    Grazie alle serie televisive e al cinema, ormai tutti erano diventati esperti di tecniche investigative e raccolta delle prove. Se si fossero applicati gli stessi principi ai drammi ospedalieri, metà della popolazione avrebbe cominciato a dare consigli ai chirurghi in sala operatoria, oppure a togliere di mezzo gli intermediari ed eseguire le amputazioni a casa propria. 
    "Sarebbe stato un approccio un po' ovvio," obiettai, "perfino per me. E finora Raum non ha fatto niente di male, a parte intromettersi nella tua vita amorosa."
    Will divenne pensoso e poi sempre più cupo, come se gli avessi appena ricordato cosa perdeva mantenendo il suo isolamento forzato da Dolors Strange.
    "Pensi che Buker fosse sincero, quando ti ha detto di aver chiuso con Dolors e sua sorella?" domandò.
    Non era esattamente quello che Raum aveva detto, ma vista la fonte le sfumature erano fondamentalmente irrilevanti.
    "Sulla base delle esperienze passate," risposi, "in quel momento Raum potrebbe essere stato sincero, poiché da una parte era spaventato e dall'altra voleva sbarazzarsi di me. Ma se le circostanze cambieranno, o se si troverà nei guai, tornerà, se non da Dolors quanto meno da Ambar. Potrei anche sbagliarmi, ma Ambar mi è sembrata più vulnerabile di sua sorella, e i suoi sentimenti verso Raum potrebbero essere più ambivalenti."
    Will si studiò le mani. Erano le mani di un lavoratore, piene di segni e cicatrici. Probabilmente non riusciva a ricordare un solo giorno in cui non se le fosse tagliate. Aveva trascorso molto tempo da solo, e forse prima che comparisse Dolors Strange si era addirittura arreso all'idea che non avrebbe mai incontrato nessuno. E ora che in Dolors aveva investito il suo futuro, quel futuro era minacciato dal passato di lei.
    "Che cosa faresti," disse, "se io fossi nei tuoi panni?"
    Non era il modo in cui la domanda veniva posta di solito – "se tu fossi nei miei panni" era la formula più tipica – ma ne capivo il motivo. Will mi stava chiedendo che cosa avrei fatto io, investigatore privato, se fossi stati innamorato di una donna come Dolors Strange, e di conseguenza in conflitto con un uomo come Raum Buker.
    "Parlerei sinceramente con Dolors," risposi. "Le direi quello che provo, e che non ho intenzione di lasciare che affronti da sola quello che succederà – perché la mia sensazione, Will, è che qualcosa stia per succedere. Su questo devi fidarti di me. A seconda di quanto è seria la cosa, e di quello che ha combinato Raum, le sorelle Strange potrebbero esserne colpite solo di striscio o completamente travolte, ma di sicuro, a causa dei loro trascorsi con lui, si trovano dritte sulla traiettoria."
    Da uomo pratico qual era, Will rifletté sulle possibili ripercussioni.
    "Alcune delle cose che dici posso affrontarle io," disse. "Ma posso incaricarti del resto?"
    Lo guardai bene in faccia, osservai le sue cicatrici e la sua casa troppo maschile. Pensai al suo passato, al suo presente e una serie di futuri, da uno solo dei quali sarebbe stato assente il rammarico.
    "L'hai già fatto," risposi.

 


25

La mattina dopo tornai al Braycott Arms. Bobby Wadlin era ancora dietro al suo schermo di plexiglas, ancora immerso nella visione di un western. In tutte le visite che avevo fatto al Braycott non lo avevo mai sorpreso a guardare un bel film. Sembrava evitare deliberatamente qualsiasi produzione che mostrasse anche solo un minimo di qualità artistica a favore di filmacci di serie B e serie televisive ancora peggiori. Una volta lo avevo addirittura beccato mentre seguiva Riuscirà la nostra carovana di eroi…, che era una specie di Isola di Gilligan per ritardati mentali. Era vero che non stava ridendo, ma era come dire che nessuno sorrideva guardando Schindler's List. 
    "Buker non c'è," disse. "È da ieri che non si fa vedere."
    "Qualcuno ha chiesto di lui?"
    "Solo tu. E non posso ridarti la chiave. Verrei licenziato."
    "Bobby, se vieni licenziato puoi riassumerti da solo. Ma fossi in te, mi sarei silurato già da un pezzo."
    I suoi occhi rimasero fissi sullo schermo, dove uomini morti vivevano di vita eterna.
    "Insultarmi non ti servirà a niente. Non posso darti quella chiave."
    "Quando scade il suo affitto?"
    "Paga di settimana in settimana, il rinnovo scatta domani."
    Infilai il mio biglietto da visita nella fessura. 
    "Chiamami quando riappare. E anche se non si fa vedere."
    "Col cavolo che ti chiamo."
    Decisi che la ricreazione era finita.
    "Bobby."
    Finalmente mi guardò. Poi allungò una mano e trasse a sé il cartoncino, come un ragno botola che avesse deciso suo malgrado di accontentarsi di una preda scadente. 
    "Tu non piaci a nessuno," disse. "Nemmeno a me, e a me piace chiunque."
    Allontanandomi, cercai di assorbire la ferita. Si dimostrò un'impresa più facile del previsto. Quando varcai il portone era completamente scomparsa.

Quando passai dal dipartimento Correzionale in Park Avenue, Jo Niles, l'agente di vigilanza a cui era stato affidato Raum Buker, era seduta alla sua scrivania. Doveva avere superato da poco i trent'anni, e con i tacchi riusciva forse a oltrepassare il metro e cinquanta. Aveva capelli scuri molto corti, orecchie leggermente appuntite e grandi occhiali dalla montatura azzurra. Occhiali a parte, sembrava uscita da uno dei quadri alle pareti dello Strange Brews, probabilmente la grande tela con l'elfa nuda e il drago. (Mi era venuto il ghiribizzo di regalarlo a Angel e Louis, a patto che potessi consegnarglielo di persona ed essere presente quando lo avessero disimballato. Era assurdamente caro – sarebbe stato assurdamente caro se fosse costato dieci dollari – ma la felicità non ha prezzo.)
    "Sicché lei è Charlie Parker," disse mentre mi sedevo. "La credevo più alto."
    "Me lo dicono in tanti," risposi, "insieme a 'credevo fosse morto'."
    "Dobbiamo imparare a vivere con gli illusi." Aprì un taccuino sulla scrivania. "Chris Attwood mi ha detto che è interessato a Raum Buker. Qualcuno l'ha incaricata di indagare su di lui?"
    "Sì."
    "Chi?"
    "L'attuale compagno di una sua ex."
    "Buker è stato violento con lei?"
    "Non che io sappia."
    "Con altri?"
    "Direi di sì, ma solo per il calcolo delle probabilità."
    "Ma non ha alcuna prova che abbia commesso un crimine?"
    "Nessuna."
    "Allora qual è il problema?"
    "È quello che sto cercando di scoprire," dissi.

 


26

Jo Niles fece una smorfia e mi guardò fisso attraverso le lenti degli occhiali. In quel momento decisi che se mai avessi dovuto passare un periodo di libertà vigilata, avrei preferito non avere lei come agente di sorveglianza. Dopo solo qualche minuto in sua presenza mi stavo già facendo un esame di coscienza, e la stavo già trovando difettosa.
    "È deliberata, la sua evasività?" mi chiese. "Perché ne ho sentito parlare."
    "È una pecca morale," ammisi. "Potrebbe essere perfino genetica. Ma in questa occasione sono sincero. Non so neanch'io perché Raum Buker sia tornato a Portland. Tutto quello che posso dirle è che sembra che abbia paura di qualcuno o di qualcosa. Se riuscissi a determinare la natura di questa minaccia, forse potrei capire come o se incide sugli interessi del mio cliente."
    La Niles poteva ancora sospettare che mentissi, del tutto o almeno in parte, ma le sue domande erano più che altro uno sfoggio di autorità. Era stato Attwood a chiederle di aiutarmi, e oltre a essere il suo capo Attwood era anche considerato una brava persona. Non accontentarlo sarebbe stato sciocco, ma nel farlo lei non rinunciò a emettere un gran sospiro e aggrottare la fronte, giusto per farmi capire quanto le costasse.
    "Raum Buker ha scontato l'intera pena nel New Jersey," disse, "ragione per cui non è un sorvegliato speciale. Non c'era alcun agente di vigilanza a cui rivolgermi per ottenere informazioni." La grinza sulla sua fronte divenne ancora più marcata. "Ho dovuto chiamare una mia ex, e non avevo la minima voglia di farlo."
    Tirai fuori una bottiglia di Moët e la posai sulla scrivania. L'avevo pagata 55 dollari all'outlet di liquori di Portsmouth, New Hampshire, perché non ero un fesso, e come metà degli abitanti dei Maine quando dovevo acquistare qualunque alcolico più costoso del vino in scatola varcavo il confine dello stato. L'avevo conservata per una di quelle occasioni speciali in cui solo l'incentivo più vistoso avrebbe ottenuto un risultato. E a dire il vero, nel vederla la Niles distese la fronte. 
    "Ha classe," osservò. "È un'altra cosa che dicono di lei, seppure a malincuore."
    "Non lo dica ad Attwood. Mi sentirei a disagio nel regalargli dello champagne, come se dovessi aggiungerci anche un mazzolino di fiori da appuntarsi al petto."
    "Sarà il nostro segreto. Non vorrei mai sconvolgere la sua sessualità." Infilò la bottiglia in un cassetto e tornò a guardare i suoi appunti. "Per i primi tre anni Buker aveva condiviso la cella con due detenuti diversi, ma il resto della sentenza l'ha scontato in isolamento."
    "Motivo?"
    "Era intervenuto in una rissa e aveva impedito che venisse sfondato il cranio a una guardia. Secondo il mio contatto, in realtà Buker stava cercando di proteggere un altro carcerato, ma nel farlo aveva bloccato anche un paio di colpi destinati al secondino. Sia lui che l'altro erano stati trasferiti in isolamento per motivi precauzionali."
    "Vecchi rancori?"
    "Niente di personale, o nulla al di là del consueto, visto che per quanto riguarda i secondini la stagione di caccia è sempre aperta."
    "E l'altro detenuto?"
    "Egon Towle, rilasciato un mese prima di Buker. Sessantatré mesi ai sensi del Graves Act. Era stato condannato per aver partecipato a una rapina ai danni di un commerciante di monete rare di Paterson, nel corso della quale era stata estratta un'arma da fuoco ma non era stato sparato neanche un colpo. Sentenza minima obbligatoria di quarantadue mesi, a cui era stato aggiunto il cinquanta per cento per un precedente e un divieto di libertà vigilata."
    "Sicché anche Towle ha scontato l'intera pena?" 
    "Esatto."
    "Era uno dei due compagni di cella di Raum Buker?"
    "A dire il vero, era stato proprio il compagno di cella di Buker ad aggredire Towle. Perry Gudex, del Kentucky. Condannato a dieci anni per omicidio colposo, nonché un fanatico religioso ai limiti della follia."
    "Si sa cosa avesse scatenato la rissa?"
    "Proprio la religione. Gudex era un battista del Sud, mentre Towle – be', diciamo che era quanto di più diverso si potesse immaginare da un battista, del Sud o di qualsiasi altra parte del mondo. Era aggressivamente ateo, e si divertiva a provocare Gudex. Fino a farlo sbarellare."
    "E Gudex che fine ha fatto?"
    "È ancora dietro le sbarre. Mancano ancora cinque anni al rilascio."
    "E Towle?"
    "Non lo so. Come le ho detto, non era in libertà vigilata. Poteva andare dove voleva, ma il mio contatto mi ha detto che sua madre abita a Ossipee, nel New Hampshire, e che quello era l'indirizzo che Towle aveva dato al momento dell'arresto nel New Jersey."
    "Cosa può dirmi dell'altro compagno di cella di Buker?"
    "Clu Angard. Morto di overdose poco dopo il rilascio."
    Finii di scrivere. Mi piaceva, prendere appunti. Era raro che avessi bisogno di consultarli, ma metterli nero su bianco aiutava a consolidare i dettagli nella memoria.
    "Un'ultima cosa," soggiunse Jo Niles. "Ho richiesto una lista dei visitatori di Raum Buker, nell'eventualità che potesse servire."
    "E…?"
    "Sulla lista c'era un solo nome," disse. "Dolors Strange."